
Una consapevolezza emozionante di una giovane psicologa agli inizi della carriera, venne favorita dall’ amico Giorgio, medico ineguagliabile e stimato per sensibilità, competenza e dedizione.
Ad un convegno incentrato su una grave patologia tuttora incurabile, la SLA, durante il quale professionisti e accademici, riconosciuti per fama e competenza, esponevano dati scientifici interessanti ed illustravano sperimentazioni, Giorgio si voltò verso di me e, con un sorriso ironico, disse le parole che, da quel momento, influenzarono il mio approccio alla persona malata:
” Questi colleghi farebbero bene, ogni tanto, ad indossare il pigiama”.
Il pigiama, la tuta, le ciabatte, la veste verdolina fornita dal reparto , simboleggiano il trauma del cambiamento di status, il passaggio che ciascuno di noi si trova a fare, quando si ammala. Giorgio ha sintetizzato il concetto di empatia in modo efficace ed elegantemente spiritoso.
Come psicologi che lavorano a contatto con le patologie del corpo, dobbiamo coltivare il rapporto con la nostra intelligenza emotiva, stabilire un contatto intenso tra la nostra esperienza del dolore e quella del paziente, camminando come funamboli sul precipizio dell’ identificazione con la sofferenza altrui, per proporre ai pazienti che si affidano a noi, gli strumenti utili per attraversare i baratri della loro esistenza.
Indossiamo dunque, il pigiama, per il tempo necessario a comprendere e a stabilire un contatto tra emozioni genuine, tenendo contemporaneamente la “divisa” del professionista, capaci di sostenere lo scarto tra le due dimensioni e controllando il timone, fisso sugli obiettivi: ascoltare in modo attivo, comprendere, interpretare, riformulare contenuti e vissuti, stabilire e concordare una strategia efficace, fondata sull’alleanza di anime e intelletti.